8/05/2008

Il profumo dell'Anima


Il profumo dell’anima,
come gli uomini si “sentono”

Alberto Leoncini

(Cacciatore inuit, Groenlandia Orientale, ph. G.Frinchillucci)


Non si tratta di una maldestra rimasticatura di qualche cultura orientale, con un pizzico di sincretismo, fatta dall’aspirante guru di turno, bensì una pregnante iniziativa tenutasi a Porto San Giorgio (AP) il 17 luglio con l’intento anzitutto di fare il punto sui grandi scambi culturali che vedono il maceratese e le Marche come crocevia e poi di ampliare la riflessione sull’incontro fra le culture e il dialogo fra i popoli attraverso la rivisitazione dei grandi personaggi che nel corso della storia se ne sono fatti promotori.
Ben più complesso è stato rispondere alla questione sull’atteggiamento teorico che deve stare a fondamento di chi si rapporta con l’alterità a livello umano, anche perché forse una risposta vera e univoca non ci sarà mai, poiché è sempre labile il confine fra incontro dialogico e inclusivo e negazione della propria identità d’origine. Ciò a livello di riflessione puramente teorica, perché in realtà tutti noi sappiamo che la quotidianità ci abitua a ben più significative bassezze. Preceduta da un concerto del chitarrista spagnolo Ruben Parejo, la serata, svoltasi a villa Murri, ha avuto come relatori Gianluca Frinchillucci, direttore del Museo Polare “Silvio Zavatti” e coordinatore del progetto “Carta dei popoli artici” e Filippo Mignini docente all’Università di Macerata e direttore del Centro Studi “Matteo Ricci”. Ha moderato Cesare Catà, assessore alla cultura di Porto San Giorgio. L’ampia partecipazione di pubblico ha sicuramente rimarcato ulteriormente la pregnanza culturale dei temi che hanno formato l’oggetto della tavola rotonda, rendendo giusto merito alle prospettive di analisi che si sono susseguite in modo complessivamente coerente seppur apparentemente distanti in quanto a contesto e approccio.


Per Frinchillucci si è trattato della prima sortita pubblica dal ritorno della spedizione “Saxum”, che lo ha visto impegnato insieme ad altri ricercatori italiani nel distretto di Ammassalik (Groenlandia Orientale) fra i mesi di giugno e luglio 2008, durante la quale è stata compiuta, tra l’altro una mappatura genetica della popolazione maschile. I risultati della ricerca si preannunciano estremamente importanti ancorché incompleti al momento della relazione, pertanto dopo una breve descrizione delle attività dell’Istituto di cui è direttore e dei contenuti delle sue ricerche il fulcro della serata è stato il rapporto con le popolazioni indigene, con le quali ha avuto lunghe frequentazioni in Perù, Etiopia e Groenlandia, e sul concetto di profumo dell’anima come metodologia di creazione di un rapporto su un piano paritario con le popolazioni indigene
Il concetto di “profumo dell’anima” nella sua disarmante semplicità, affonda le radici nelle ancestrali conoscenze e intuizioni dell’uomo, difatti è uso presso quelle popolazioni annusare il palmo della mano degli altri individui al fine di sentire il profumo della loro anima e di coglierne la purezza o la malvagità partendo dall’assunto che un’anima malvagia sia putrida e dunque emani un odore sgradevole. Questa concezione è stata studiata da Frinchillucci e ne ha fatto oggetto di una importante relazione ad un convegno internazionale di antropologia di Parigi lo scorso anno. Sicuramente con la nostra ottica si tratta di un’ingenuità o quantomeno di un’usanza primitiva, ma certamente giudicarla con i nostri occhi che mai hanno vissuto a quelle latitudini e in quei contesti estremi, è un macroscopico errore valutativo. Le sensibilità dei popoli e la loro predisposizione verso il trascendente, infatti, si manifestano sotto multiformi aspetti e credo che il concetto di “profumo dell’anima” vada inserito all’interno del contesto mistico e spirituale tipico di quelle latitudini, che si rifà ad un concetto di umanità assai diverso dal nostro.


La tradizione esplorativa marchigiana, tuttavia, ha radici antiche: Matteo Ricci, gesuita ed evangelizzatore della Cina, era nativo di Macerata e l’impegno profuso nella sua vita è stato tutto volto ad adattare il messaggio cristiano alla realtà cinese, ben conscio del divario esistente fra le due concezioni culturali, pertanto ha indirizzato la sua missione alla “preparazione del terreno”. Condizione imprescindibile affinché il messaggio cristiano potesse trovare cittadinanza in una cultura che ancor oggi segna una cifra di profondo stacco dalla nostra e non sono casuali i problemi di convivenza che nella vita di tutti i giorni ci troviamo ad affrontare. Questo suo impegno è stato oggetto della relazione di Mignini, il quale ha posto l’accento sull’atteggiamento di Ricci nel porsi in una posizione dialogica ed empatica verso quella popolazione così diversa ma così piena di tradizioni e culture da non poter essere banalmente liquidata con un po’ di catechismo di circostanza. E non si può negare che abbia avuto esiti proficui, questo suo modo di porsi poiché ancor oggi Matteo Ricci e considerato una figura degna di grande stima e considerazione culturale prima ancora che spirituale.



A cura di Alberto Leoncini, inviato all’evento.
http://www.abcveneto.com/

1 commento:

Anonimo ha detto...

molto intiresno, grazie