6/06/2007

Piccolo Principe




Qualche tempo fa ho scritto quest'articolo per la rivista "Arte Nomade". e'dedicato al grande scrittore ed aviatore Antoine Saint Exupèry. Certo non è un tema polare ma è uno dei mie scrittori preferiti e ho pensato di pubblicare l'articolo per i lettori del mio blog.

Antoine Saint Exupèry: professione eroe.
L'ultimo volo del “Piccolo Principe”.


"Addio", disse la volpe.
"Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale e' invisibile agli occhi". "L'essenziale e' invisibile agli occhi", ripete' il piccolo principe, per ricordarselo.
"E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante
".
"E' il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
"Gli uomini hanno dimenticato questa verità.
Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa...”
"Io sono responsabile della mia rosa..."
ripete' il piccolo principe per ricordarselo.

(Antoine Saint Exupèry, Il Piccolo Principe, capitolo XXI)

« Non c’è che un problema, uno solo: restituire agli uomini un significato spirituale. Inquietudini spirituali ».

Così scriveva il pilota-poeta Antoine Saint Exupèry, autore di uno dei libri più venduti nella storia, Il Piccolo Principe, scomparso con il suo aeroplano per la sua “inquietudine spirituale” il 31 luglio 1944, durante una missione di guerra.
Nella baracca, dove viveva, gli americani trovarono il manoscritto di un libro, La cittadelle, alcune lettere per sua moglie Consuelo e disegni di bimbi e di stelle filanti.
Da quel 31 luglio 1944, la sua leggenda si è diffusa in tutto il mondo, alimentata da una vita ardimentosa e da straordinarie opere letterarie.

La sua scomparsa, da qualche parte, nel meraviglioso cielo della Francia, si è caricata d'un significato simbolico e segreto, che lega Antoine Saint Exupèry ancor di più alla sua principale creatura letteraria, a quel Piccolo Principe proveniente da un mondo ignoto, un asteroide sconosciuto, verso il quale ritornerà, misteriosamente come ne è arrivato.

Ma perché, ancora oggi, a più di sessant’anni dalla scomparsa, quest’eterno fanciullo ci affascina ancora? Forse perché, vivendo ormai in un mondo privo d’ardimenti eroici e di slanci ideali, troviamo invece in lui un modello di coraggio e di passione. O forse perché è stato un avventuriero pieno di fremiti e passioni, che disprezzava i bisogni e desideri materiali di massa; intellettuale fedele alle amicizie al di là delle diverse scelte ideologiche e teorico di una democrazia elitaria, di un governo dei migliori. Un Uomo che non credeva agli «ismi» del suo tempo (comunismo, capitalismo...), ma che amava profondamente la "Terra degli uomini" e la sua Francia.

Antoine, per gli amici "Tonio" o "Totonno", nasce a Lione, il 19 giugno 1900, da una famiglia aristocratica e a quattro anni rimane orfano del padre.
Cerca di intraprendere la carriera militare come ufficiale di marina, ma per due volte non supera gli esami. "Ha la testa tra le nuvole" dicono i professori "ed al comando di una nave la fracasserebbe sugli scogli".
Forse sogna già gli azzurri spazi del cielo ed i professori che lo respingono non immaginano che nella sua breve esistenza schianterà al suolo molti aeroplani, e che diventerà uno degli uomini più famosi del pianeta.
Vola per la prima volta a dodici anni, con il pilota Gabriel Wroblewski-Salvez, a Ambérieu. È il suo battesimo dell’aria; il suo Airborne, come lo chiamano gli americani.
La sua fantasia inizia a volare sulle ali d’aviatori ardimentosi e romantici come D’Annunzio, Baracca, Fonk, Mermoz. Vola nelle carlinghe degli aerei Caproni, Marchetti, Blèriot e Brèguet.
Probabilmente è il poeta-aviatore D’Annunzio che lo affascina di più e che gli trasmette, oltre che la voglia di volare, anche quella di scrivere e di amare; metafora della sua breve e romantica vita.
Nel 1921 i suoi sogni iniziano ad avverarsi: infatti viene arruolato nel II° reg-gimento d’aviazione di Strasburgo ed ottiene il brevetto di pilota civile e militare; in gergo “mette la ali”.
Nel 1926 entra a far parte, come pilota di linea commerciale, del personale delle mitiche linee aeree Letecoère: cinquemila chilometri per trasportare la posta da Tolosa a Dakar, sorvolando la Spagna, il Marocco, il Sahara, la Mauritania ed il Senegal.
Trascorre un intero anno a Cap Juby, una modestissima pista schiacciata tra il mare ed il deserto del Sahara. Qui Antoine scrive il suo primo libro, Courrier Sud che sarà seguito da Vol de nuit (premio Femina 1931).
Termina l’avventura africana nel 1930 e approda nelle Ande, come direttore dell’aereo postale Argentina-Francia a Buenos Aires. Dopo il deserto lo attende anche la vita mondana nelle metropoli e l’unico grande amore della sua vita: Consuelo Scancin.Tra i due nasce un amore profondo e “leggendario”, riscoperto recentemente dalla critica letteraria.
Nel maggio 1933 nasce la compagnia di bandiera francese Air France: l’aereo-postale è ormai storia passata. Negli stessi anni in Italia nasce l’Ala Littoria e nei cieli dell’Oceano Atlantico Italo Balbo conquista primati aviatori mondiali. Antoine lo ammira e lo piange quando sa del suo abbattimento a Tobruk nel 1940.
Nel 1935 tenta il raid aereo Parigi-Saigon e l’avventura si tramuta in un inci-dente nel deserto libico, dove viene tratto in salvo dagli aerei della Regia Aeronautica Italiana. Scrive: «Ho apprezzato il gusto al motore in Libia e la necessità di dover cammina-re, e il deserto che mi divorava poco a poco ».
Nel 1939 pubblica Terre des hommes. Il libro diventa un best seller e riceve anche un premio dall’Accademia Francese.
In seguito all'invasione della Francia, il 10 giugno 1940 nonostante sia stato considerato inabile al volo a causa dei troppi malanni, piomba a Pau, nella zona libe-ra. Chiede di comandare una squadriglia di caccia, ma è impiegato nella ricognizione aerea. Si butta nella battaglia con una violenza mistica, quasi suicida.
Consuelo gli scrive: «Ah Tonnio, mio beneamato, è terribile essere la moglie di un guerriero ».
Il 22 maggio 1940, dopo una ricognizione su Arras, ha l’ispirazione per scrivere Pilote de guerre.
Quando la Francia si spacca, lui non sceglie di giurare fedeltà né al maresciallo Petain, né al generale De Gaulle. Probabilmente non vuole combattere una guerra civile e quindi decide di partire per gli Stati Uniti.
In America seguita a non prende posizione, né per una parte né per l’altra, ma la sua nomina al Consiglio Nazionale decisa, dal governo di Petain, lo compromette e diventa inviso alla comunità degli esiliati.
Si annoia e si dispera, l’inattività lo distrugge. È profondamente melanconico e trascorre le ore a scrivere ed illustrare la sua opera più grande, il Piccolo Principe, che pubblica in inglese in America.
Nel novembre 1942 la situazione precipita, i tedeschi occupano la zona libera, la flotta francese si autoaffonda e gli alleati sbarcano in Africa del Nord.
Alla fine del 1942 scrive una lettera aperta sul New York Times, dove invita tutti i francesi alla riconciliazione ed a prendere le armi: «Noi auspichiamo la mobilitazione militare di tutti i francesi degli Stati Uniti (…), ma avendo in odio qualsiasi spirito di divisione tra francesi, ci auguriamo semplicemente che sia estranea alla politica ».
Viene attaccato dagli esuli francesi: è un vero linciaggio politico. Saint Exupèry vuole perdonare gli errori e riunire la Francia. Disprezza i fuggiaschi e gli esuli che vivono lontano dalla battaglia, abituati nei loro salotti alle agiatezze borghesi. A loro indirizza molte lettere, il più delle volte rimaste senza risposta: «Avreste constatato che allora l’uomo non ha bisogno di odio, ma di fervore. Non si muore “contro”, si muore “per” (…) ».
È ferito nell’anima e nel corpo, i tanti incidenti di volo minano la sua salute, ma il suo pensiero fisso è l’Europa. Vuole andare a combattere: «I soli posti da prende-re, sono posti di soldati e forse un tranquillo giaciglio in qualche piccolo cimitero dell’Africa del Nord…».
Consuelo sa che perderà il suo amore, anche le ultime pagine del Piccolo Principe lo lasciano presagire, ma gli scrive: «Tu sarai felice solo quando avrai ottenuto l’autorizzazione di raggiungere la tua squadriglia, per andare a batterti, perché qualcuno ti spari addosso… ».
Antoine chiede di essere arruolato nell’aviazione americana per tornare in Francia volando; ed il 25 giugno 1943 in Tunisia è promosso comandante.
Lui vive la guerra come una sfida e un’avventura. Ha una forte visione spirituale della vita e rimane sempre più deluso da mondo anonimo che lo circonda: «gli uomini si rifiutano di essere risvegliati ad una vita spirituale».
L’Europa brucia. Bruciano i suoi villaggi e le sue chiese. Gli uomini vengono inghiottiti da mostri di fuoco e acciaio. Antoine comunica alla moglie che va a farsi sparare per proteggere le cose che ama, «la lealtà, la semplicità, la fedeltà, il lavoro dei sentimenti, non il gioco delle verità in cui si mente esiliati, lontano da tutte le cose umane».
Cerca la via del martirio, rafforzata ancor di più quando è ignorato completamente da de Gaulle, nel suo discorso agli intellettuali. Si sente un senza patria. Forse pensa ad una celebre frase di uno statista spagnolo… “la mia patria è laddove si combatte per la mia idea” e a lui interessa la sua Francia.
Nei primi giorni del 1944 è trasferito ad Alghero dove gli americani gli accordano il permesso di compiere solo cinque missioni. A fatica riesce a prendere posto ai comandi di un velocissimo aereo, il lightning P38, ma gli americani lo ammirano e gli permettono di condurre altre cinque missioni.

Gli inconvenienti tecnici non si contano e lui si avvicina alla morte con serenità, adottando un tono sempre più mistico e spirituale.

Come le ultime parti del Piccolo Principe ... «Rimase immobile per un istante. Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia».
In comunione con la fede cristiana, crede di portare su di sé i “peccati del mondo”, come disse Gesù e vola pur avendo una vertebra rotta e gravi problemi al fegato ed all’udito.

Alla moglie scrive:

«(…) parto per la guerra, non posso sopportare di essere lontano da coloro che hanno fame. Conosco un solo mezzo per essere in pace con la mia coscienza, ed è soffrire il più possibile. Cercare il maggior numero possibile di sofferenze (…) ».

Con gli altri aviatori della base tutti molto più giovani (lui ha 42 anni), conti-nua a far finta di niente e tira su il morale del gruppo.
Nella sua nona missione deve sorvolare la regione di Grenoble-Annecy. Parte alla 8.45 ed alle 10.45, la radio della base perde le sue tracce. Il comandante Antoine Saint Exupèry alle 14.30 viene dato per disperso. La sua fine rimane avvolta nel mistero. Il suo velivolo sarà trovato solo il 7 aprile 2004, in mare, a sessanta metri di profondità. Probabilmente l’incidente è avvenuto per un guasto al motore. Ci piace immaginare che sia scomparso dopo essersi allontanato dalla rotta prestabilita per dare un’ultima nostalgica occhiata ai luoghi della sua adorata infanzia.

Ma il suo segreto vivrà sempre con lui e ci piace anche credere che durerà per sempre, legato ad una delle più belle frasi del Piccolo Principe:

«Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi ».

5/31/2007

La ricerca nelle aree estreme




Oggi alle 16 parliamo al museo polare di ricerca negli ambienti estremi.
Sarà con noi Michele Impara del PNRA.

Impara ha passato nel 2006 un intero anno nella stazione di Concordia.

Un'altra bella occsione per approfondire il nostro impegno nelle "aree estreme".

5/29/2007

Inuit e polinesiani uniti contro il global warming

Territori ghiacciati e tropicali sembrano avere un nemico comune: 40 delegazioni di cacciatori Inuit dal Canada e dalla Groenlandia, i pastori di renne Sami norvegesi, i capi villaggio della Polinesia francese, delle Figi e gli amministratori delle isole dei Caraibi sono riuniti in Belize per discutere di cambiamento climatico.

Lo strato di ghiaccio dell’Artico sparisce, mentre spiagge tropicali, isole e atolli, barriere coralline rischiano di sparire sommerse o soffocate dal mare che riscalda.

«Ci sono tante somiglianze fra le due regioni - ha detto alla Reuters Grete Hovelsrud, del Center for international climate and environmental research di Oslo - e noi speriamo in una collaborazione internazionale».

I popoli dell’Artide e delle isole tropicali dipendono dalle coste: gli Inuit contano sulla banchisa polare per la caccia alle foche, mentre gli abitanti delle isole contano sulla pesca o sul turismo che è richiamato dalle spiagge bianche, dalle barriere coralline e dalle palme, ma nel grande nord il ghiaccio sta sparendo e nei mari del sud il mare sta facendo sparire isole e riserve d’acqua dolce.

In Belize questa strana alleanza sta cercando di dare voce e peso politico a piccoli popoli dimenticati.

I colloqui dovrebbero raggiungere un accordo per un piano di lavoro quinquennale ed ad esaminare le possibilità per un più vasto studio sulle minacce incombenti sulle piccole isole, sul modello di quanto già fatto nel 2004 per l´Artide da 250 esperti che preconizzava il veloce scongelamento dei territori artici e l’aumento dell’assorbimento di calore per la sparizione della calotta ghiacciata che riflette i raggi solari.

5/28/2007

Sven Hedin

Mi è capitato di trattare la vita del grande studioso Giuseppe Tucci. ho effettuato una piccola ricerca e tra i vari indizi che seguivo mi sono imbattuto in Sven Hedin, un esploratore dall'altissimo valore scientifico e simbolico.
Reputo l'Himalaya un pò come una sorta di terza area polare, convinzione che mi si è rafforzata quando a roma ho partecipato ad un convegnod del CNR sulle ricerca nelle aree estreme (magari in futuro pubblico alcune note su questo convegno).
Riporto una biografia scritta dal redattore della rivista "Il Polo" Cesare Censi.





Sven Hedin: il più importante esploratore del Tibet del secolo scorso

La seconda metà del XIX secolo è stata caratterizzata dall'intensificarsi di viaggi di esplorazione verso terre estreme di difficile accesso e verso luoghi ancora poco conosciuti dal mondo occidentale. Questa "politica" geografico-esplorativa era incoraggiata sia da governi che da istituzioni private tanto che molti giovani erano attratti dal fascino di possibili imprese e da una vita esaltante e ricca di emozioni. In questo periodo storico il giovane Sven Hedin - nato a Stoccolma nel 1865 da Ludwig, architetto-capo della città, e da Ann Berlin - viveva un'adolescenza arricchita dalle letture stimolanti di James Fenimore Cooper e Giulio Verne, oltre che dai resoconti delle imprese di Livingstone. Ma la molla che fece scattare qualcosa nello spirito intrepido del ragazzo fu il ritorno nel porto di Stoccolma - il 24 aprile 1880 - della Vega di Erik Nordenskiold dopo la scoperta del Passaggio a Nord-Est. Entusiasmato dall'impresa appena compiuta dal grande esploratore, il giovane Sven si ripropose in cuor suo di diventare egli stesso esploratore e di raggiungere per primo il polo Nord.

Con il passare del tempo la passione per l'avventura e per l'esplorazione - seppur sempre viva - subì una trasformazione radicale riguardo ai territori da visitare. La meta delle imprese non erano più i luoghi freddi e inaccessibili - per l'epoca - dell'Artide ma i paesaggi più caldi e aridi dell'Asia centrale. La causa di questo cambiamento fu la permanenza di un anno (1885) a Baku, presso una famiglia svedese. Da qui, con mezzi provvisori e pochi soldi in tasca, Hedin si spostò fino in Persia percorrendo più di 1.500 km. Approfittò dell'occasione per imparare il tartaro e il persiano; al suo ritorno in patria scrisse il resoconto di questo breve ma determinante viaggio che vendette ad un editore per 600 dollari, somma ingente per quell'epoca. Da questa prima esperienza Hedin trasse anche la convinzione che fosse fondamentale, per i viaggi che aveva in progetto, avere una conoscenza approfondita della geologia e della geografia. Per questo motivo si iscrisse alle università di Stoccolma e di Berlino - dove insegnava Ferdinand von Richtofen, che in seguito avrebbe avuto grande influenza sulle ricerche compiute nel corso delle sue spedizioni - e completò la propria formazione scientifica.




Nel 1890 Hedin ripartì con destinazione il Krasan e il Turkestan. Fu la prima volta che vide Kashgar, il grande centro lungo la Via della Seta e dove si trovava il più grande bazaar dell'Asia. Qui incontrò Francis Jounghusband, che del giovane svedese tracciò sulla carta questa vivida immagine: "Il dott. Sven Hedin mi impressionò per la vera statura di esploratore - fisico robusto, cordiale, di umore costante, calmo e perseverante... lo invidiavo per i suoi doni linguistici e le sue conoscenze scientifiche ottenute presso i migliori maestri d'Europa".

Il primo vero viaggio di esplorazione, quello che corrispondeva al suo spirito ed ai suoi ideali, ebbe luogo nel 1893 quando Hedin attraversò la Russia asiatica fino al Pamir, tentando di scalare il Mustag Ata (7800 m.) senza riuscirci e cercando inutilmente di avventurarsi all'interno del Tibet contro il volere delle autorità locali che glielo impedirono. Nonostante questi primi insuccessi, il viaggio "iniziatico" ebbe comunque alcuni effetti positivi. Primo fra tutti conquistò il cuore di Sven Hedin, che rimase affascinato dalle leggende circolanti attorno al deserto del Takla-Makan, "un oceano di sabbia che non finisce mai", che narravano di città morte depositarie di tesori inghiottiti dalla sabbia. Al ritorno scrisse. " L'Asia intera era aperta a me. Ho sentito di essere chiamato a fare scoperte senza limiti che mi attendono proprio nel mezzo del deserto e sulle vette delle montagne. In questi tre anni, tanto è durato il viaggio, il mio principio guida è stato esplorare solo queste regioni dove nessuno è mai arrivato prima". Prima ancora di veder pubblicati i risultati della spedizione appena conclusa, era di nuovo in Asia (1899) per risolvere "l'enigma geografico" del Lop-Nor. Giunto a Kashgar decise di attraversare il Turkestan orientale e risalire tutto il corso del Tarim, "il più grande fiume dell'interno dell'Asia", fino ad allora "assai incerto" e constatò quanto fosse "diverso il suo percorso da quello che appariva sulle carte precedenti". Il Tarim sfociava nel Kara-Koshun e questo fatto dimostrava quanto fosse errata l'ipotesi di Przeval'skij il quale riteneva che questo lago fosse l'antico Lop-Nor. Di contro la risalita del letto asciutto del Kurruk-darja, "un vero fiume fossile", in certi tratti sembrava "una specie di grande cimitero di pioppi, di canne e di molluschi" e in altri invece sviluppava una vegetazione di pioppi che era alimentata da una falda acquatica sotterranea. La conclusione cui giunse fu che "il terreno sul quale camminiamo deve essere stato ricoperto dall'acqua dell'antico Lop-Nor". Scoprì anche un nuovo lago "che può considerarsi come un braccio assolutamente nuovo del Tarim" in un luogo praticamente privo di vegetazione che gli fece subito ipotizzare che fosse "stato inondato solo da poco tempo". Lo spirito audace che lo animava nella ricerca fu premiato anche dalla scoperta "per caso dei primi miseri resti di Lou-lan". Questa antica città sulla Via della Seta che dopo il 330 d.C. fu abbandonata dai suoi abitanti per non essere più ripopolata e che si credeva scomparsa, non si trovava, come si poteva pensare, sulle rive di un lago, ma nel bel mezzo del deserto. I ritrovamenti di conchiglie, di una brocca di argilla, una pentola cinese di rame, un grande piatto lavorato e soprattutto la tomba di una giovane principessa, dimostrarono che quel luogo era anticamente abitato e doveva trattarsi di Lou-lan. Il fenomeno geografico che aveva provocato la sua "morte" era dovuto al cambiamento di direzione dei fiumi che avevano lasciato senza immissari il Lop-Nor.

I risultati ottenuti da questa nuova spedizione sarebbero stati considerati soddisfacenti da chiunque ma non da Hedin che, nonostante avesse scoperto l'antica Lou-lan, verificato l'esistenza del Lop-Nor e dimostrato l'inconsistenza della tesi di Przeval'skij che lo indicava invece nel Kara-Koshun, e infine trovato un nuovo lago nel deserto, si ripromise "di esplorare questa regione ancora una volta". Voleva verificare la sua idea, che riprendeva una ipotesi di von Richtofen, la quale prevedeva per il Lop-Nor un "movimento" che lo portava ad essere classificato come "lago migratore".

Dopo tre anni, come previsto, ripartì. La sua indole inquieta e irrefrenabile trovava riposo solo "nella infinita libertà del deserto, nelle sconfinate pianure remote, là giù tra i monti nevosi del Tibet... avendo per compagni il vento, che oggi solleva le onde e il bosco che comincia ad ingiallirsi". Questo ritorno fu dettato dalla convinzione "a priori" di Hedin che esistesse "proprio in quella regione uno dei problemi più belli e più importanti che aspettassero ancora la soluzione nella geografia fisica dell'Asia". Il 16 ottobre 1905 "l'anniversario di quello stesso giorno in cui, dodici anni prima, m'ero posto in cammino per il mio primo viaggio a traverso i deserti dell'Asia" riprese la strada verso sud, verso quella terra ancora sconosciuta e ricca di misteri che tanto lo seduceva. Piuttosto che formulare teorie e ipotesi che avrebbero poi dovuto essere sottoposte a verifica pratica con la possibilità più che remota di vedere sconfessate le conclusioni, Hedin pensava bene "di studiare co' miei propri occhi le terre ignote che costituiscono il centro della regione tibetana settentrionale". Gli intenti di questa nuova spedizione erano di trovare le sorgenti dell'Indo ed esplorare le regioni centrali del Tibet dove ancora nessun occidentale aveva messo piede e nemmeno "quegli arditi esploratori nati che sono i "panditi" indiani". Hedin aveva letto sul Tibet e in particolare sull'Himalaya quanto era disponibile all'epoca ma non aveva trovato testi che riportassero in maniera completa la descrizione della catena montuosa più alta del mondo. Solo "fantastiche congetture" o resoconti e descrizioni che "denotavano solo singole porzioni di un sistema complesso". Questo fatto gli aveva ancor più stimolato la mente e accresciuto il desiderio di visitare quei territori avvolti nelle nebbie del mistero e per molti versi proibiti. L'aura di sacralità e inviolabilità che si avverte un po' ovunque in Tibet - nelle valli profonde come in alta montagna - è maggiormente percepibile di fronte a quegli eventi per i quali si è dedicata la propria esistenza. Così avvenne per Hedin quando si trovò faccia a faccia con le sorgenti dell'Indo, "questo misero ruscelletto" che i tibetani chiamano Singki-kamba, il fiume Leone e quelle del Brahmaputra, "che ha origine dallo scioglimento delle nevi... - tanto che - da per tutto gli è un pullulare e uno scorrere di rivoletti in mezzo ai detriti" e quando scoprì il Manasarovar, "il bacino d'acque più sacre di tutta la terra". Le stesse sensazioni e riflessioni lo colsero al cospetto delle alte vette himalayane mentre attraversava passi montuosi sopra i 5.000 metri fino ad allora sconosciuti o quando riconosceva una conformazione orografica autonoma da una catena montuosa che non aveva denominazione propria ma tanti nomi, che non davano la giusta visione d'insieme. Hedin mise ordine a questo "colossale sistema di monti, il quale corre parallelo all'Himalaya" proponendo un nome "che non potesse dar luogo ad equivoci" e scelse Trans-Himalaya, restando però consapevole che "il lungo viaggio" altro non era stato che una "fuggevole ricognizione sommaria" di un paese sconosciuto. Il suo augurio era che in avvenire esploratori meglio preparati tecnicamente e con conoscenze scientifiche maggiori si avventurassero per quei monti ed eliminassero quelle "macchie bianche" che ancora resistevano alla conoscenza.

I risultati della spedizione, finanziata da re Oscar di Svezia, da Alfredo Nobel, da società geografiche europee e da industriali inglesi, furono poi pubblicati in libri rimasti fondamentali nella storia delle esplorazioni e soprattutto dell'Asia. L'attività scientifica di Hedin, comunque, non si limitò alle sole pubblicazioni ma ebbe un seguito con conferenze tenute presso istituti scientifici di tutta Europa. Venne anche in Italia invitato dalla Società Geografica Italiana e nell'Aula Magna del Collegio Romano, alla presenza dei reali italiani, ministri, ambasciatori, personalità della cultura, espose i risultati conseguiti nell'ultimo viaggio. Il giorno dopo fu ricevuto anche dal papa e, ricordando queste giornate romane, scrisse: "Fu per me sommo onore essere invitato nella terra di Marco Polo... e la medaglia d'oro che mi fu consegnata in quella circostanza, è una delle maggiori ricompense alle mie fatiche". Quando ormai si pensava che la sua attività di esploratore fosse terminata, considerando anche l'età avanzata, nel 1927 Sven Hedin approntò una grande spedizione scientifica sino-svedese che avrebbe studiato l'Asia centrale - dalla Mongolia alla Kashgaria - in tutti gli aspetti: geologico, botanico, topografico, meteorologico, archeologico, antropologico ecc. e disegnato la grande carta geografica della regione. Ovviamente si rendeva conto che questa spedizione non poteva essere come le precedenti, dove l'avventura aveva avuto un ruolo se non predominante certamente non secondario e dove l'ambizione della scoperta individuale non aveva il sopravvento sugli altri aspetti. Nonostante fosse notevolmente impegnato nell'impresa, aveva sempre fisso in mente il grande "enigma geografico" del Lop-Nor che ancora non era stato compiutamente risolto. Nel 1928, durante una conversazione con un mercante di Turfan, tale Tokhta Ahun, seppe che sette anni prima, durante la piena monsonica, la riva sinistra del Konche-darja aveva rotto gli argini e riversato le proprie acque nel letto del "fiume fossile" Kurruk-darja. Quest'ultimo, chiamato ora con il nuovo nome di Kum-darja (Fiume delle Sabbie), era un vecchio immissario del Lop-Nor e questa nuova situazione idrografica ricostruiva le antiche mappe e dimostrava, ormai senza dubbi, che il lago era "errante", si spostava, cioè, con il modificarsi dei corsi dei suoi immissari. La notizia mise subito in fermento lo svedese che immediatamente si organizzò per avere il permesso necessario per attraversare la regione e arrivare al Lop-Nor. "Ma tutte le vie gli erano inevitabilmente precluse" in quanto il governatore Chin Shu-jen, disobbedendo persino a Chang Kai-Shek, negò ogni permesso. Nel frattempo altri esploratori - Aurel Stein e Schomberg - erano venuti a conoscenza del nuovo corso del Tarim e si erano mossi a livello politico per avere le autorizzazioni e dirigersi nel cuore dell'Asia centrale e togliergli la gioia del primato della scoperta. Hedin mal sopportava l'idea che "altri cogliessero i frutti del lavoro da noi dedicato al problema del Lop-Nor", così pensò di "agire rapidamente" e d'astuzia. Approfittando dell'importanza - militare e commerciale - che rivestiva per il governo cinese una strada che collegasse il Kansu con lo Xinjiang senza deviare verso Nord come succedeva allora, associò il suo interesse per il "lago errante" con questa convenienza cinese e chiese i permessi per esplorare la regione. Il governo repubblicano di Nanchino pensò, da parte sua, di sfruttare l'occasione per mandarlo a visitare una zona che in quel momento non era molto sicura per le scorribande di Ch'ung-yin, il "Grande Cavallo" e gli accordò l'autorizzazione. Così Hedin si trovò di nuovo a percorrere "questa regione deserta quanto si suppone possa esserlo un paesaggio lunare" fino al lago, "quel pacifico lago, sulle cui acque prima d'ora nessuna barca è mai scivolata" e finalmente determinò le ragioni di questo suo spostamento. "In un territorio desertico, la cui superficie è praticamente piana quanto quella del mare, i corsi d'acqua devono essere assai sensibili alle minime variazioni di livello" da far deviare il percorso, ma quello che più colpì Hedin fu che i cinesi, nonostante conoscessero il lago da sempre e lo chiamassero P'u-ch'ang, non ebbero mai sentore che fosse errante.

Ricevette in vita molte onorificenze, lauree honoris causa, 42 medaglie d'oro, 15 decorazioni. Il suo sostegno al nazismo, però, oltre a creare seri problemi al governo del suo paese, che si era dichiarato neutrale, dette occasione alla Royal Geographical Society di revocargli la carica di membro onorario, malgrado a suo tempo gli avesse conferito due medaglie. Morì dimenticato dal mondo il 26 novembre 1952, poche settimane prima della pubblicazione del suo ultimo libro.

La figura di questo esploratore, l'ultimo in senso classico, è da annoverare tra quelle che hanno caratterizzato un'epoca. Le sue spedizioni a dorso di cammello, a piedi o su barche quanto mai improbabili, hanno permesso di ricostruire, geograficamente e cartograficamente, aree terrestri fino ad allora conosciute solo approssimativamente. La sua formazione scientifica e metodologica, influenzata dallo scientismo di von Richtofen, lo condussero verso una ricerca più analitica che antropologica senza per questo sminuire l'importanza ed il valore delle sue spedizioni. A questo riguardo si può riportare quanto scrisse Tucci nella sua relazione di viaggio in Tibet, che definisce "una delle terre più inospitali e aspre dell'Asia", nel 1935: "Sven Hedin in un'opera monumentale ha dimostrato come lentamente sia progredita la conoscenza geografica di un paese che fino a pochi decenni fa era ancora per i più una terra di mistero". Una terra arida, desolata, disabitata, priva di qualsiasi comodità, difficile da percorrere, ma che nonostante tutto considerò sempre "la terra de' miei sogni".




5/23/2007

Note

Ieri in tanti ci siamo trovato in Chiesa al funerale di Giuliano. Vecchie e nuove generazioni di alpinisti e "polaristi".
Macciò, il celebre alpino di Jesi protagonista di tante spedizioni in tutto il pianeta, con Desiderio Dottori, altro alpinista di Jesi, entrambi compagni di spedizione di Giuliano, Beretta, Corsalini. Dalle Ande, all'Africa fino alle terre artiche... Baffin, Svalbard, Groenlandia....
Tanti giovani vicino ai "Maestri". proiettati verso le vette più alte, i deserti di ghiaccio e sabbia, le Ande e le terre dell'eterno ritorno.

Oggi sono usciti tantissimi articoli sulla nostra spedizione, ma è anche il giorno della riflessione sul nostro lavoro e così ho deciso di rimandarne la pubblicazione.

MI preme scrivere che mi sto interessando alla Terra di Francesco Giuseppe. Wayprecht la scoprì nel 1873 e nel 1878 propose lui stesso la creazione dell'Anno Polare Internazionale.